Forse, dopo tanti secoli di indignata posizione contro l’alchimia e i maestri che la seguivano, dovremmo riscoprire che non avevano troppo torto. I prodotti naturali erano gli unici ad essere usati e studiati alla luce dell’unicità del mondo in cui si vive. Forse il celebre alchimista Paracelso, vissuto nella prima parte del 1500, aveva visto bene di definire ciò che risulta velenoso e cosa lo rende letale. Ma lasciamo i “forse” e entriamo nel mondo scientifico.

Lo scorso anno apparve un articolo scientifico (1) molto interessante sulle ricerche svolte per ridurre, con i prodotti apistici, la progressione del morbo di Alzheimer.

Il morbo di Alzheimer è una malattia cerebrale progressiva e con le attuali conoscenze mediche irreversibile, nonché la causa più comune di demenza. Distrugge lentamente la memoria, le capacità cognitive e la capacità di svolgere semplici attività quotidiane. Sebbene non esista una cura certa, una diagnosi precoce e i trattamenti possono aiutare a gestire i sintomi.

Sebbene le cause esatte non siano ancora del tutto chiare, la malattia è caratterizzata da un accumulo anomalo di proteine nel cervello, che formano le cosiddette “placche amiloidi” e i “grovigli di tau”. Questi aggregati anomali causano danni alle cellule cerebrali e alle connessioni tra di esse. Probabilmente sono diversi i fattori che interagiscono tra loro per innescare questo processo, tra cui: l’età (il principale fattore di rischio conosciuto), la storia e le variazioni genetiche, nonché i fattori ambientali e legati allo stile di vita.

Il veleno d’ape e il cervello

I prodotti delle api, dal miele al veleno, hanno mostrato di possedere alcune proprietà terapeutiche, in particolare antiossidanti e antinfiammatorie.

Da sole queste “armi” sono spuntate per combattere la demenza senile e altre patologie cerebrali, tra le quali anche il Parkinson. Quello che si può pensare e di intervenire molto tempo prima con una vita intellettiva vivace e una sana attività fisica ed alimentare. Tra gli alimenti, è da secoli riportato che pappa reale e polline con il miele possono aiutare la memoria e in generale le attività cerebrali.

Quello che sta emergendo è che molti composti presenti nei prodotti apistici possiedono in forma assimilabile alcune sostanze, spesso decine, che sono riconducibili alla enorme famiglia chimica dei polifenoli. Questi composti hanno dimostrato da tempo di:

  • Contrastare i processi infiammatori dell’organismo,
  • Favorire la salute dei vasi sanguigni, controllando i livelli di colesterolo e le strutture cellulari che li formano (cellule endoteliali),
  • Migliorare le funzioni cerebrali (per esempio la quercitina e la crisina)
  • Proteggere le cellule della pelle dai radicali liberi e dalle sostanze aggressive esterne (detergenti, inquinamento atmosferico).

Quali sono i prodotti apistici più ricchi di polifenoli? Generalmente la propoli, il polline e il miele. Per esempio sulla quercitina (la molecola al centro dell’immagine qui a fianco) si stanno conducendo studi farmacologici molto interessanti (2), con future ricadute a vari livelli. Infatti ne è stata dimostrata la capacità antinfiammatoria, antinvecchiamento e antivirale.

Negli ultimi anni però si è aggiunto il veleno d’ape, che per la sua complessità molecolare (almeno una cinquantina di molecole bioattive note ad oggi e chissà quante altre nel prossimo futuro) fatta però di enzimi e neurotrasmettitori, sembrava rientrare poco nel novero dei prodotti apistici ricchi di polifenoli e quindi antinfiammatori e vasoprotettivi. Anzi, conoscendo gli effetti provocati dalle punture di api, sembrava improbabile la sua attività.

Invece per questo prodotto apistico si stanno aprendo nuovi orizzonti, e come mostra il corso si Accademia di Apiterapia di Anna Gianotti sul Veleno d’Api (3), c’è una richiesta per i vari impieghi biologici che inizia a prendere piede.

Perché il veleno d’ape?

Nel veleno delle api, la prima molecola bioattiva sulle quali si è focalizzata la ricerca è stata la melittina essendo la proteina (o peptide perché costituita da pochi aminoacidi) più presente nel veleno. Ebbene si è notato che essa può attivare geneticamente la produzione di aceticolina, un neurotrasmettitore (una molecola che permette di comunicare tra neuroni e neuroni e cellule), e ridurre le infiammazioni dei neuroni e della struttura cellulare ad essi collegata, la microglia. Tanto sembra efficiente la melittina che si è già trovata la soluzione per biosintetizzarla attraverso dei batteri (4).

Da anni si erano concretizzate ricerche su alcuni canali ionici, delle microscopiche porte che permettono il passaggio di alcuni elementi chimici, presenti nei neuroni che potevano essere attivati o inibiti da alcune molecole. Questi canali ionici (in particolare selettivi al potassio) sono gli interruttori dei processi elettrici che avvengono nelle cellule nervose. Tra i tanti canali ionici al potassio, alcuni sono molto presenti in soggetti che evidenziano problemi mentali e questi possono essere inibiti da piccole proteine presenti nel veleno delle api, come avviene con la tertiapina; questa è già stata modificata chimicamente per renderla più efficace e maggiormente resistente al metabolismo cellulare (5), e nelle cavie ha mostrato effetti antidepressivi.

In più nel veleno delle api si trova l’istamina che è un neurotrasmettitore, noto per gli effetti vasodilatatori e di permeabilità degli stessi vasi sanguigni. Una migliore irrorazione sanguigna veicola maggiore ossigeno e fattori nutritivi che influenzano positivamente le cellule nervose.

E se insieme ai farmaci per ritardare l’aggravamento dell’Alzheimer si usasse il veleno delle api? La sinergia ha mostrato che il tutto migliora e quindi ancora con più forza si sta andando avanti nelle ricerche con i prodotti apistici. L’uso contemporaneo di veleno di api e farmaci anti-Alzheimer sembra agire positivamente, aumentando le “prestazioni” del farmaco. Ricordiamo sempre che queste ricerche coinvolgono sperimentatori e animali di laboratorio e che ci auguriamo che presto si passi alla sperimentazione sull’uomo. Queste ricerche tendono ad isolare le sostanze più bioattive presenti nel veleno delle api.

La somministrazione di veleno tramite puntura d’ape, che deve essere praticata da personale medico ben informato per i rischi connessi ad eventuali  reazioni immunologiche negative, tende a rimanere molto limitata, almeno in Italia.

Conclusione

L’Apiterapia può favorire la maggiore disponibilità di soluzioni che oggi ci appaiono avveniristiche: pensare che da un veleno si possa ottenere un miglioramento di un quadro clinico cerebrale sembrerebbe azzardato. E invece, come diceva il famoso Paracelso nel XVI secolo: «Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto

NOTE:

  1. El-Seedi HR, Salama S, Shetaia AA, Elashal MH, El-Wahed AA, Karav S, Saeed A, Alzahrani MA, Zou X, Hritcu L, Cheng G, Salem MF, Zhong Z, Guo Z, Khalifa SAM. From the hive to the brain: synergistic potential of honeybee products with alzheimer’s drugs. Metab Brain Dis. 2025 Oct 29.
  2. Alsaleem MA, Al-Kuraishy HM, Al-Gareeb AI, Albuhadily AK, Alrouji M, Yassen ASA, Alexiou A, Papadakis M, Batiha GE. Molecular Signaling Pathways of Quercetin in Alzheimer’s Disease: A Promising Arena. Cell Mol Neurobiol. 2024 Dec
  3. https://www.accademiadiapiterapia.com/prodotto/veleno-api/
  4. Huang HY, Hsu HY, Kuo CY, Wu ML, Lai CC, Chang GR, Lin YJ. Heterologous expressing melittin in a probiotic yeast to evaluate its function for promoting NSC-34 regeneration. Appl Microbiol Biotechnol. 2024 Oct
  5. Okada M, Kozaki I, Honda H. Antidepressive effect of an inward rectifier K+ channel blocker peptide, tertiapin-RQ. PLoS One. 2020 Nov 13;15(11):e0233815. doi: 10.1371/journal.pone.0233815. PMID: 33186384; PMCID: PMC7665585.

a cura del dr. Piero Milella